Concept note Edizione 2022

Per chi genera futuro il valore sociale è l'unico profitto

Arjun Appadurai

L’orizzonte comune
Navighiamo da qualche tempo in acque tempestose, pensavamo di aver superato la bufera della pandemia e siamo precipitati in una stagione difficile dove la guerra e l’emergenza climatica ci mettono di fronte a nuove sfide e shock.
Aumentano le diseguaglianze che mettono maggiormente a rischio i più deboli e i più fragili. Il ritorno dell’inflazione, sopita da vent’anni, erode il valore dei risparmi e aumenta la schiera dei poveri. La crisi demografica non accenna a rallentare, e affonda le sue radici non solo nelle difficoltà economiche ma da una più generale crisi delle relazioni e perdita della speranza nel futuro.
L’Economia Civile prova a dare il suo contributo indicando con convinzione l’orizzonte verso cui tendere: i numerosissimi risultati in tutte le scienze sociali ci rammentano che siamo esseri relazionali, profondamente interconnessi la cui soddisfazione e ricchezza di senso dipendono dalla nostra capacità di essere generativi, ovvero di seminare con creatività e capacità di visione qualcosa in grado di realizzare un impatto positivo nelle vite dei nostri simili e delle generazioni future.
La generatività non è solo identificabile nella dimensione di un attivismo che rischia di essere disordinato e frenetico ma è fatta anche di capacità di ascolto e di contemplazione. Come ricorda efficacemente la filosofa Jennifer Nedelsky quando incontriamo qualcuno non dovremmo chiedergli solo che lavoro fa ma anche e soprattutto “di chi si prende cura”.
Gli studi scientifici indicano senza alcun dubbio che le persone generative sono più felici, resilienti, hanno maggiori virtù sociali e senso civico e una longevità attiva significativamente maggiore.
Se l’orizzonte è chiaro una volta che riflettiamo e andiamo nel profondo le vie per raggiungerlo sembrano in molti casi ostruite. Oppure usando un’altra metafora possiamo pensare alla vita nella nostra società come quella all’interno di una grandissima stazione ferroviaria dove troppi sono i binari morti che non portano da nessuna parte e ancora troppo pochi gli scambi. Costruire il numero maggiore possibile di scambi che offrano a chi percorre quei binari occasioni di riconversione, riqualificazione, rigenerazione e ripartenza diventa dunque d’importanza fondamentale.
Il festival è un bene relazionale ed un momento di appuntamento dove la gioia dell’incontro in presenza e lo stimolo della condivisione di idee e spunti innovativi vuole aprire il maggior numero possibile di vie e scambi che ci possono portare verso l’orizzonte. Per questo mette assieme le visioni, lo studio dei docenti con l’esperienza delle buone pratiche imprenditoriali, i progetti e i sogni dei giovani studenti e le esperienze migliori della pubblica amministrazione e della politica identificando quest’anno come nelle edizioni precedenti le buone pratiche in ogni settore di attività, le prossime Ambasciatrici dell’Economia Civile.
Il titolo di quest’anno “in buona compagnia” sottolinea un aspetto fondamentale, quello dell’unione.
Unire i puntini, scoprire il disegno che nascondono grazie al lavoro condiviso è generatività al quadrato e mettere insieme le componenti più vitali del paese diventa un forza ed uno stimolo al cambiamento.
L’obiettivo della quarta edizione è quello di valorizzare le relazioni che nascono e si costruiscono solo all’interno di comunità di senso e per farlo bisogna valorizzare maggiormente le esperienze concrete e i “volti” di chi pratica l’economia civile nel suo quotidiano.
Il Festival quest’anno è partito proprio dai territori per connettere le diverse realtà, laiche e cattoliche, che potrebbero aderire ad un percorso comune, non solo all’evento (con un approccio sempre costruttivo, mai divisivo, e secondo la logica dell’1+1 uguale a 3).
Continuiamo ad aprirci a mondi che non conosciamo, dato che ancora oggi l'economia civile è un segmento piccolo, noto a cerchie ristrette. Il nostro obiettivo, infatti, è la Comunità intera. Sono necessari momenti di confronto e premio delle buone pratiche nazionali e locali, come startup, scuole, imprese e amministrazioni che sono capaci di costruire Reti nel periodo prima e dopo del Festival.

La relazione al centro
La relazione è l’elemento alla base della “buona compagnia” ma dobbiamo essere consapevoli che l’istanza relazionale che ci connette non è né intenzionale né volontaria, ma è prima di tutto fisiologica. Ugo Morelli ricorda come questo significa che chi compie un’azione e chi la osserva hanno la stessa reazione celebrale; il nostro coinvolgimento è fisiologico e non volontario. Anche chi vede l’inizio di un’azione ha la stessa reazione. Noi siamo legati agli altri nei singoli sensi, e siamo un sistema sinestetico in cui gli stimoli evocano sensazioni di natura diversa da quella normalmente sperimentata: possiamo, ad esempio, "vedere" con le orecchie un suono o "sentire" un colore; più del 60% delle relazioni è multisensoriale. Se noi sentiamo così tanto prima di esserne coscienti, come facciamo a negare la domanda dell’altro o a sospendere la percezione della domanda dell’altro?
La risonanza è incarnata: la risonanza cognitiva, consapevole, viene dopo quella fisiologica. La base neurofisiologica precede la fase intenzionale. Questo mette in discussione un libero arbitrio assoluto, e spiega la violazione della razionalità nelle nostre scelte quotidiane. Conoscere come siamo fatti e come funzioniamo ci permette di governare meglio la nostra vita. Questo spiega anche perché sappiamo che cosa andrebbe fatto, ma non lo facciamo: le resistenze derivano da sistemi emozionali che si frappongono. La relazione è il luogo di tutti i problemi e di tutte le possibilità che vogliamo affrontare e cogliere all’interno del Festival.
La costruzione di proposte e percorsi di sviluppo sostenibili che abbiamo lo stesso linguaggio e le stesse priorità, senza convergere su tutto, è un processo relazionale con gli altri che ci vincola ad abitare la relazione in una logica di economia civile. Siamo vincolati agli altri: l’interazione ha dunque una base fisiologica vincolante, ma il nostro cervello è plastico, e noi possiamo cambiare.
La nostra caratterizzazione di esseri umani non è egocentrica, ma noicentrica; lo spazio propriocettivo è noicentrico. Quando osserviamo il comportamento altrui, e siamo esposti al potere espressivo di questo agire (il modo in cui gli altri agiscono, le loro sensazioni ed emozioni), grazie ad un processo automatico di simulazione, si viene a formare un ponte interpersonale carico di significato che può costruire una buona compagnia. Gli stimoli, indipendentemente dalla loro natura esterna o interna, inducono forme di simulazione incarnata con la modalità̀ di una reazione automatica, quasi riflessa. Se la relazione non è un accessorio, ma è costitutiva e di senso, la nostra identità evolve continuamente ed in realtà è “diventità”. Il principio etico ha trovato oggi una base scientifica: noi siamo soggetti eusociali capaci di cooperare. E la creatività è una disposizione a comporre e ricomporre in modi almeno in parte diversi e originali repertori del mondo.
La scelta del titolo della quarta edizione del Festival Nazionale dell’Economia Civile riprende proprio questa propensione umana all’altruismo che sicuramente è costitutiva, ma che ci deve spingere ad essere maggiormente responsabili di quello che facciamo e di come e con chi lo facciamo.
Anche quest’anno, Il Festival ha deciso di puntare su Firenze per la sua ineguagliabile storia culturale, per l’impulso che ha dato alla crescita della coscienza universale con l’Umanesimo, per le intuizioni e le realizzazioni innovative in materia di organizzazione del lavoro, di economia, di finanza e di welfare. Per quanto realizzato da La Pira e per quanto la storia recente ci ha mostrato: una città che sa essere aperta e solidale, intrinsecamente predisposta e tesa verso un modello sociale inclusivo. Solo partendo dall’esperienza di bellezza e dal rapporto tra arte ed educazione all’economia civile è possibile ampliare i messaggi del Festival e coinvolgere le future generazioni. La
relazione genera interdipendenza e quindi genera possibilità: è il vincolo generativo che crea possibilità.
Dall’altro lato bisogna fare uno sforzo affinché i nostri mondi non siano di intralcio ai giovani, evitando una naturale propensione all’autoreferenzialità, pensando che solo all’esterno esistono le cause di tutti i problemi. Il Festival, invece, vuole riflettere innanzitutto al proprio interno. Anche le organizzazioni hanno un problema identitario, una storia, ma se intorno al patrimonio preesistente costruiamo un muro arriviamo alla tradizione che anche se una volta era innovativa, non è più capace di innovazione. Gustav Mahler diceva che l’innovazione è la salvaguardia del fuoco, mentre la tradizione è l’adorazione delle ceneri. Le istituzioni che permangono sono quelle che sanno divenire e trasformarsi.
Nella prospettiva dell’economia civile e della generatività le istituzioni migliori sono quelle che sanno essere levatrici delle energie della società civile, ovvero che sanno mettere in moto le energie buone della società dando vita a un’intelligenza collettiva ricca di una molteplicità di competenze ed esperienze che quando si applica alla soluzione di un problema può fare decisamente meglio di un
singolo decisore politico. La partecipazione e il protagonismo dei cittadini, inoltre, rappresentano l’unica risposta seria e non demagogica che hanno le democrazie per vincere la sfida delle autocrazie belligeranti e dei velleitarismi populistici.
In questa navigazione difficile abbiamo due possibilità: rassegnarci e diventare rancorosi leoni da tastiera o prendere in mano le sorti della nostra vita e della nostra comunità costruendo assieme ad altre persone di buona volontà soluzioni generative ed utili.
Noi sappiamo già la strada che percorreremo, sempre In buona compagnia.

La Carta di Firenze 2.0
Date le premesse e il lavoro di sintesi culturale fatto nel 2020 con la Carta di Firenze, www.festivalnazionaleeconomiacivile.it/carta-di-firenze/), il lavoro di questa quarta edizione è quello di aggiungere e integrare. Ai verbi dell’Economia Civile saranno accompagnati le 3 Diventità, vale a dire azioni capaci di generare cooperazione e percorsi di pace:

  • 1 Diventità - Ribaltare completamente il rapporto tra teoria e pratica. La teoria, necessaria per il cambio culturale che vogliamo realizzare, apre e si apre alle esperienze che concretizzano principi e valori spesso intangibili
    • Evidenziare in tutti gli eventi legati all’economia civile quello che molti non riescono a fare. Dare il ruolo da “attori protagonisti” alla testimonianze e alla loro diversità, vale a dire a tutte quelle realtà che esistono già oggi e non in un futuro incerto.
    • Guardarsi in faccia, chi siamo, chi rappresenta la domanda di economia civile, non solo l’offerta: amministrazioni pubbliche, imprese, scuole e proporre soluzioni condivise.
  • 2 Diventità – Diventare un connettore delle esperienze locali e nazionali coerenti con l’Economia Civile. Uno spazio che diventa luogo di relazione e scambio su quanto emerge ogni anno dalle altre organizzazioni del Terzo Settore e non, oltre che da tutti quegli eventi/Festival che decidono di stare in buona compagnia verso obiettivi comuni.
    • Non essere additivi ma partire dall’esistente e valorizzare la diversità/molteplicità degli approcci. Investire in comunicazione è la cosa minore, bisognerà investire nelle relazioni.
    • Collaborare senza sviluppare alcun atteggiamento paternalistico e capire cosa ci unisce, quali sono i nessi comuni fra le esperienze concrete. In questo modo, col Festival si possono accendere i riflettori su esperienze che incidono in ambito locale, ma non hanno riconoscimento oltre il locale.
  • 3 Diventità – Premialità versus incentivo. Partire dal bene, fatto bene e in rete.
    • Assumere sempre di più“il premio alla virtù come via allo sviluppo economico e civile”.
    • Ricompensare correttamente le virtù civili, creando o riformando istituzioni che favoriscano comportamenti cooperativi, e scoraggino quelli non cooperativi e opportunistici sia nell’ambito politico che nella società civile.