Legàmi


spiegata da
Chiara Giaccardi

Una delle astuzie della modernità è stata quella di trasformare i legami (dal sanscrito lingami, che significa “mi piego per avvolgere”, e dunque anche “abbraccio”) prima in catene da cui liberarsi e quindi in contratti a facile recesso, in nome della flessibilità e dell’efficienza del sistema, o di un diritto all’autorealizzazione che vede il vincolo come un ostacolo anziché un’opportunità.

Ma il legame non toglie libertà: al contrario, aggiunge significato, sostanza, sapore.

E anche senso di realtà: “nessun uomo è un’isola”, scriveva il poeta inglese John Donne.

Ogni immagine di assoluta autosufficienza, più che un ideale, è un controsenso, una contraddizione in termini, una negazione delle evidenze più elementari: infatti nasciamo dipendenti, e non per nostra scelta, e moriamo fragili e bisognosi delle cure altrui. Autosufficienza, dunque, è anche un’illusione e un inganno.

L’assolutizzazione di un frammento, che passa in un soffio, della totalità della nostra esistenza.

Un’ideologia potente che – oggi possiamo dirlo – ci ha resi più schiavi di prima: sottomessi a nuovi dèi e, in più, anestetizzati e indifferenti gli uni agli altri.

Si è liberi legandosi a qualcosa e in relazione a qualcuno, non tagliando tutti i legami.

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